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Gli enigmi di San Fele


San Fele sta per San Fedele, nell’attuale toponomastica, o San Felice, a partire dall’era Cristiana, e si trova alle pendici di San Donato Val di Comino. Anche al più impreparato dei visitatori il luogo incute un timore storico-mistico reverenziale, perché il fontanile, ormai senz’acqua, si mostra subito strano, per la sua testata, formata da un muro che appare simile alle grandi mura pelasgiche di Civitavecchia d’Arpino, o di Ferentino, o di Alatri. Siamo in aperta campagna, l’area è disegnata in un piccolo triangolo da stradine asfaltate, poche case, molti alberi la cui ombra è resecata dal fontanile che pare indicare, a seconda del chiarore o dell’oscurità, la chiave d’ingresso per un Mistero.


 


Ma dov’è l’enigma? Scava scava, come antichi paleontologi, si viene a sapere che fin dall’ VIII-VI secolo a.C. v’era un tempio pagano dedicato alla Dea Mefiti, dea mater posta a protezione dei boschi, delle acque e dai gas velenosi esalati dalla terra, da cui il termine mefitico ad indicare il maleodorante. Il pensiero va subito a Canneto, sito del Santuario, ma anche di un tempio pagano analogo che pare sia sepolto vicino la sorgente del Melfa a circa dieci metri di profondità. Ma siti simili, sempre dedicati alla Dea Mefiti, sono stati rinvenuti a Casalvieri in località Pescarola, e a Casalattico in località San Nazario.


 


La Dea Mefiti può essere definita una divinità di transito, una sorta di medium, soprattutto per via delle esalazioni sulfuree, che venivano ritenute miasmi dell’inferno, tanto che la Valle dell’Ansanto, in Irpinia, altro luogo dedicato alla dea e caratterizzato da fortissime esalazioni sulfuree, veniva ritenuta addirittura una porta degli Inferi. Divinità di transito, Mefiti, perché oltre a proteggere piante e acque, veniva posta come schermo verso il regno dei morti, onde evitare, o comunque addolcire, attutire il trapasso. Una sorta di Caronte, ma questi traghetta unicamente verso l’Inferno.


 


Certo, la morte è stata vissuta sempre dall’uomo come negatività, punizione, dannazione, e spesso si raffigura l’al di là in modus orribilis, ma Mefiti getta una luce nuova, perché entità benevola e in un certo senso a guardia di un’altra forma di vita, non necessariamente dannata. Lo zolfo è ritenuto segno dell’Inferno, ma cronache antichissime parlano delle proprietà taumaturgiche, addirittura miracolose, delle acque sulfuree, come in località Acquasanta (sic!), in territorio di Settefrati, sempre collegata in qualche modo a lei, la dea mater, Mefiti.


 


L’enigma è dunque questo: cosa c’è dopo la morte? il buio e la notte eterna o la luce e la felicità? e cos’è Mefiti se non la personificazione dell’Amore, l’unico in grado di sconfiggere la Morte?


L'Articolo di Claudia Cedrone, tratto dal libro "San Donato in Terra di Lavoro - 1753 - 1816" edito dal Comune di San Donato Val di Comino


Mefitis - La deità della transizione


 

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