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La Sagra del Cabernet a Gallinaro

Racconto di Fly pubblicato in data 01-08-2008


Nell’afa serale, mitigata da lontano dalle brezze abruzzesi di San Donato, bisognava parcheggiare fino a qualche chilometro fuori dal paese. La strada in salita si percorreva al buio rischiarato dalla luna, con gente che saliva o scendeva, in un continuo flusso ambiverso che ricordava le file d’attesa a Gardaland. Ma che c’è su, nel paese, da cui proveniva uno schiamazzo quasi vociato, sussurrato? Quali meraviglie?
Hm, qualcosa di più di una Sagra del Vino, quasi un appuntamento con una astronave che stava per salpare verso il pianeta del Mai Più, l’apice di una Suburra, un porto franco, una terra di nessuno con un preciso nome e cognome, un Duty Free.
Ai limiti del paese colpiva subito l’aumento del calore, dovuto al fronte umano già ebbro e sudato, che bisognava affrontare e penetrare, una metropolitana finalmente all’aperto, nelle cui carrozze si somministrava vino a go go, gratis, da mangiare, cose sfiziose e caratteristiche, gratis, musica in vari angoli del paese, in eventi di club che sembrava il Carnevale di Rio con le sue Scuole di Danza e di Ebbrezza. Non c’era programma, né itinerario, si nuotava nel mare di gente, per forza stretti, appiccicati, per la prima volta uniti. A momenti ci si abbracciava, era quasi spontaneo, rimanere bloccati, placcati da una corona bollente di perfetti estranei.
Cantina dopo cantina, bicchiere su bicchiere, brindato con chicchessia, negli occhi di tutti il sorriso, l’allegria, la fiducia. In Vino Veritas, in Veritas Homo. Svoltavi l’angolo, con il tasso alcolico che levitava, e rimanevi incantato, il vicolo scivolava in discesa e si apriva in uno slargo carico di gente che ballava, e beveva, e inneggiava a musicanti in bilico su palchi striminziti. Ti appoggiavi all’angolo, incapace a proseguire, spinto alle spalle da un turn-over di cuori palpitanti, aliti che sapevano di buono nonostante il tannino, occhi che lampeggiavano nell’aver scoperto un angolo di felicità senza il gps. Ma dove siamo? L’ombelico del Mondo? Di più, il plesso solare dell’Universo.
I punti più caldi erano impenetrabili, blocchi di carne umana che potevi tentare di scalare, al più. Ma bastava girare lo sguardo altrove, dare l’ultimo sorso al bicchiere per vederlo finalmente vuoto e virare di lato come un velivolo, per planare su un’altra cantina, altri occhi, altro respiro umano, altre mani da stringere, occhi da accarezzare, storie da godere.
E questo andava avanti all-night-long, barcollanti fino alle prime luci, per strisciare in cantine nelle quali rimanevano damigiane vuote e bicchieri tinti di rosso incrostato.
Cosa c’era che non andava, che poteva spingere alcuni, o forse i più, a voler rompere il giocattolo? Forse l’invidia, il campanilismo, il semplice non sopportare il sapore della soddisfazione, la frustrazione di non poterne godere altrove, o dovunque. Forse niente, di tutto questo. Sta di fatto che cominciarono le risse, i bicchieri rotti, gli schiamazzi urlati, l’oltraggio al territorio, alle suppellettili del Paradiso. Mai niente di sostanzialmente serio, ma quel tanto per interrompere il sogno, e guastarlo con l’acido rigurgito della realtà.
Lode agli organizzatori che sono riusciti a far arrivare la Manifestazione alla sua XV Edizione 2008, senza comprometterne lo smalto e l’efficacia, ma quel soffio di vento che faceva vibrare l’anima in quella processione al buio prima di entrare nell’Assoluto, si è spostata altrove.
O forse sono io, che sono cambiato.


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