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Murales, sogno mistico di raffigurazione


Graffiti, Spry, Decalc, il sogno di raffigurare su di una parete mobile, in modo labile, per l’incedere atmosferico del tempo, un lampo descrittivo che in genere è tutelato nei posti chiusi della memoria, è simile ad un urlo, non necessariamente di dolore o di protesta, ma fonetica scossa che ci sveglia nella notte, lasciandoci al mattino odore fresco di vernice, e polvere di stelle. Borf, mitico sprier, primula rossa newyorkese, alla fine catturato come un al capone qualsiasi, soleva imprimere i suoi dogmi nei posti più ardui e impensati, tralicci d’indicazione su trafficatissime highway, rampe di sicurezza di inaccessibili grattacieli, allo scopo di rendere itinerante e dinamico un messaggio che non può essere costretto in una bomboletta, e nemmeno in un museo. I Murales ritratti, catturati, in questo scritto sono per lo più situati in Contrada San Giorgio, a Sora (Fr), in un ideale nastro in cemento che tiene bordo alla montagna, per una strada periferica frequentata, nei tempi di fiducia e oscurità, da coppiette in amore.


            Con la stessa furtiva determinazione, sibili di bombolette tracciano un mordi e fuggi che vuole dire cosa? Che il talento spesso ama essere anonimo e fugace, non etichettabile cronologicamente, né riconducibile ad una precisa scuola di pensiero, da parte di una società che peraltro non ne ha prurito alcuno. Che i colori sintetici possono rispecchiare quelli naturali dell’alba o dell’erba senza millantarne l’antitesi simbolica, e difatti il Murales è aereo per assunto, esterno, naturista, nudo. Che la fantasia è il tratto saliente riconosciuto che emerge da strani ideogrammi, tipo Phom, che sta per Phomento, fomento, agitazione, rivolta ideale, o inestricabili intrecci di geroglifici assai simili ai tatuaggi, di cui ne imitano l’imprinting tribale di riconoscenza.


            Ma più che ai tatuaggi, indirizzi indelebili, i Murales di post-moderna ispirazione crittografica, non quelli di Diego Rivera, per intenderci, o di Orgosolo, se pur dotati di eguale robusta valenza “sociale”, fanno pensare piuttosto alla Body Art, pitture sulla pelle, sul corpo, destinate ad una rappresentazione effimera e poi a scomparire, per sempre, visto che un filmato o una foto, ivi compreso questo scritto, non ne sono che pura nota di cronaca, l’opera d’arte in sé è istantanea, temporale, e in questo risiede l’aspetto più esaltante, eccitante della sua poetica.


            Il corpo, e il luogo, del Murales è la Natura, sia vista come sfondo e quindi territorio di recupero, sia come stigmatizzazione dell’infrastruttura con cui l’uomo l’ha deturpata, ragion per cui solo di recente si sta digerendo che le carrozze dei treni, piuttosto che grigi muri di Berlino, o le hall di modernissimi air-terminal, possono essere “abbelliti” o diciamo resi meno asettici dall’Arte Muraria, più che quella progettuale o altamente metafisica.


            Il Murales è quindi, per istinto e per messaggio,  Arte Naturale, potremmo dire ecologica se questo termine non significasse ormai tentativo vano di rianimare un sogno passato.


 


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